28 Set 21 Settembre 1990 – Il Giudice RAGAZZINO Rosario Livatino viene ucciso dalla Mafia
Rosario Livatino, l’agguato sulla strada per Agrigento
Agrigento, 21 settembre 1990. Sono da poco passate le prime ore della mattina quando Rosario Angelo Livatino, 37 anni, lascia Canicattì per raggiungere il Tribunale di Agrigento. Come ogni giorno percorre la strada statale 640 a bordo della sua Ford Fiesta. Nella borsa porta i fascicoli sui quali ha lavorato fino a tarda notte, relativi anche a procedimenti di prevenzione nei confronti di esponenti della criminalità organizzata.
Livatino è un magistrato giovane, ma già considerato particolarmente rigoroso. Nato a Canicattì il 3 ottobre 1952, dopo la laurea in Giurisprudenza aveva iniziato la carriera giudiziaria e dal 1979 aveva lavorato come sostituto procuratore ad Agrigento. Nel 1989 era diventato giudice a latere, occupandosi anche di misure di prevenzione. Le sue attività riguardavano indagini antimafia, sequestri e confische di patrimoni di provenienza illecita.
Quella mattina, però, sulla strada per il tribunale lo aspettano i suoi assassini.
L’agguato
Secondo la ricostruzione degli atti parlamentari e giudiziari, un commando composto da quattro uomini della Stidda, organizzazione mafiosa allora in conflitto con Cosa nostra e attiva soprattutto nell’area agrigentina, intercetta l’automobile del magistrato e apre il fuoco.
Livatino viene colpito a una spalla. Riesce ad abbandonare l’automobile e tenta di allontanarsi a piedi, ma gli uomini del commando lo inseguono. Ferito, cade nella scarpata. Gli assassini lo raggiungono e lo uccidono.
La ricostruzione dell’omicidio è stata resa possibile anche dalla testimonianza di Pietro Nava, un agente di commercio che assistette alla scena e collaborò immediatamente con gli investigatori. Per ragioni di sicurezza Nava fu successivamente costretto a lasciare il lavoro e a trasferirsi all’estero. Le indagini e i successivi processi permisero di ricostruire responsabilità, mandanti ed esecutori dell’assassinio.
L’omicidio non fu, dunque, un episodio casuale di violenza mafiosa: Livatino era stato individuato come obiettivo per il suo lavoro di magistrato. Anni dopo, Papa Francesco avrebbe ricordato che Livatino si occupava di sequestri e confische di beni di provenienza illecita e che svolgeva il proprio lavoro «con grande professionalità e con risultati concreti».
Un magistrato nella Sicilia della guerra di mafia
L’uccisione avviene in una Sicilia attraversata da una violenta competizione tra organizzazioni criminali. La Stidda, in particolare, rappresentava una realtà mafiosa emergente nell’Agrigentino e in altre aree della Sicilia meridionale.
Il bersaglio scelto aveva inoltre un significato preciso: colpire un magistrato significava intimidire l’istituzione giudiziaria e dimostrare la capacità della criminalità organizzata di raggiungere anche chi esercitava la funzione giudiziaria.
Il Tribunale di Palermo ha successivamente ricordato anche il contributo professionale di Livatino alla ricostruzione delle strutture di Cosa nostra e i rapporti tra la criminalità mafiosa siciliana e quella operante in Nord America.
La fede e il lavoro
Alla dimensione professionale si affiancava quella religiosa. Livatino era cattolico praticante e vicino all’Azione Cattolica. La sua fede non era separata, nella sua concezione, dall’esercizio della funzione di giudice.
Nei suoi appunti compariva l’espressione “Sub tutela Dei”, «sotto la protezione di Dio», formula che è diventata strettamente associata alla sua figura.
Il rapporto tra fede e giustizia è stato centrale anche nel successivo riconoscimento ecclesiastico. Nel 1993, incontrando i genitori di Livatino ad Agrigento, Giovanni Paolo II lo definì «martire della giustizia e indirettamente della fede».
Nel dicembre 2020 papa Francesco autorizzò il decreto che riconosceva il martirio di Livatino «in odio alla Fede». Il 9 maggio 2021, ad Agrigento, Rosario Livatino fu beatificato.
La morte di Livatino rimane legata a un’immagine particolarmente drammatica della storia giudiziaria italiana: un giovane magistrato che percorre ogni mattina la strada da casa al tribunale e viene assassinato proprio mentre sta andando al lavoro.
Aveva 37 anni. La sua morte avrebbe potuto essere ricordata soltanto come uno degli omicidi mafiosi della Sicilia degli anni Novanta. Invece, nel corso dei decenni, il suo nome è diventato associato a una concezione della magistratura fondata sull’indipendenza, sul rigore professionale e sulla responsabilità personale nell’applicazione della legge.
A oltre trent’anni di distanza, il luogo dell’agguato sulla statale 640 resta così uno dei simboli della lotta alla criminalità organizzata nell’Agrigentino. E la vicenda giudiziaria e umana di Livatino continua a essere ricordata tanto dalle istituzioni giudiziarie quanto dalla Chiesa.