26 Ago 24 Agosto 2001 – 24 Agosto 2026, 25 anni senza Adriano De Zan
Adriano De Zan è stato molto più di una voce del ciclismo italiano: è stato, per quasi mezzo secolo, uno dei narratori più riconoscibili dello sport in televisione. La sua carriera si è intrecciata con la storia della Rai e, soprattutto, con quella del Giro d’Italia e del Tour de France, diventando parte della memoria collettiva di generazioni di appassionati.
Nato a Roma il 20 maggio 1932, Adriano Antonio Carlo Dezan crebbe in una famiglia legata al mondo dello spettacolo. Il padre, Enrico Dezan, veneziano, era artista, attore e cantante di operetta; la madre, Maria Mascagno, era napoletana. Un’infanzia itinerante, trascorsa tra diverse città italiane, precedette l’approdo a Milano, dove De Zan frequentò il liceo scientifico e si iscrisse alla Bocconi.
Il giornalismo sportivo arrivò quasi per caso. Nel 1953, durante un’esibizione teatrale del padre a Torino, incontrò il telecronista Carlo Bacarelli, che gli propose di entrare nella Rai. De Zan accettò e l’anno successivo iniziò a raccontare il ciclismo. Nel 1954 fu accanto a Nicolò Carosio alla Milano-Sanremo: era l’inizio di una carriera destinata a durare quasi cinquant’anni.
Dal 1955 diventò la voce ufficiale del Giro d’Italia, manifestazione che avrebbe seguito fino al 2000. Dal 1964 iniziò invece a raccontare anche il Tour de France, accompagnando per decenni le imprese dei grandi campioni sulle strade italiane e francesi.
La forza di De Zan non risiedeva soltanto nella competenza tecnica. Il suo talento era soprattutto quello del racconto. Conosceva la storia del ciclismo, i suoi protagonisti, le rivalità e gli episodi meno conosciuti. Nei momenti di calma della corsa riempiva il silenzio con aneddoti e ricordi, trasformando una semplice telecronaca in una narrazione capace di restituire il clima, la fatica e persino la dimensione umana della gara.
Il suo inconfondibile «Gentili signore e signori, buongiorno…» divenne una sorta di firma sonora. La voce di De Zan entrava nelle case degli italiani e accompagnava le lunghe giornate estive del ciclismo, dalle salite alpine alle volate, dalle fughe solitarie agli arrivi più drammatici.
La sua carriera televisiva non si limitò al ciclismo. Tra il 1976 e il 1983 condusse per sei edizioni anche la Domenica Sportiva, confermandosi uno dei volti più importanti del giornalismo sportivo Rai.
Tra le immagini più dolorose legate alla sua voce c’è quella del Tour de France del 1995, quando Fabio Casartelli perse la vita in seguito a una caduta. De Zan si trovò a raccontare in diretta una tragedia che superava i confini dello sport. La commozione prese il sopravvento e, con la voce spezzata dal pianto, dovette lasciare il microfono al commentatore tecnico Vittorio Adorni. È uno degli episodi che meglio spiegano il rapporto particolare che De Zan aveva con il ciclismo: per lui non era soltanto una competizione, ma una vicenda umana.
All’opposto, nella sua carriera ci furono anche momenti di straordinaria partecipazione emotiva alle imprese dei campioni. Le vittorie di Marco Pantani al Tour de France appartengono a questo patrimonio. De Zan riusciva a trasformare l’impresa sportiva in un racconto epico, senza perdere il contatto con la concretezza della corsa.
Negli ultimi anni della sua attività fu affiancato da Davide Cassani, con il quale formò una delle coppie più apprezzate dagli appassionati. Anche la famiglia De Zan rimase profondamente legata al giornalismo sportivo: il figlio Davide seguì infatti le orme paterne e divenne a sua volta telecronista e giornalista.
Tra il 1993 e il 1997, quando il Giro d’Italia passò sulle reti Mediaset, le telecronache furono curate proprio dal figlio Davide. Adriano De Zan rimase invece legato alla Rai fino al 2000, quando uscì dall’organico diventando collaboratore esterno. La sua voce lasciò progressivamente spazio a quella di una nuova generazione di telecronisti, tra cui Auro Bulbarelli e, successivamente, Francesco Pancani.
De Zan morì a Milano il 24 agosto 2001, a 69 anni, dopo una malattia. I funerali furono celebrati nella chiesa di Santa Maria delle Grazie al Naviglio; venne poi tumulato nel cimitero di Lambrate, accanto alle ceneri dei genitori.
Anche un episodio apparentemente marginale racconta bene il suo modo di intendere il mestiere. Nel Giro di Toscana del 1978, il vincitore solitario Perletto arrivò al traguardo quando le telecamere Rai stavano già riprendendo il gruppo. De Zan riuscì a convincerlo a ripetere l’arrivo sul palco, a braccia alzate, consentendo alla televisione di mostrare agli spettatori il momento della vittoria. L’episodio suscitò polemiche, ma rivela anche la consapevolezza che De Zan aveva del potere della televisione: il giornalista non si limitava a registrare lo sport, doveva anche riuscire a raccontarlo nel modo più efficace possibile.
Dopo la sua morte, il ricordo di De Zan rimase fortemente legato al ciclismo. Mario Cipollini, per rendergli omaggio, corse e vinse una tappa del Giro d’Italia con una fotografia di De Zan collocata tra la testa e il caschetto.
Adriano De Zan appartiene così a una stagione irripetibile della televisione italiana. Prima della frammentazione dell’informazione sportiva e dell’epoca delle immagini disponibili in ogni momento, la telecronaca aveva un valore diverso: milioni di persone vedevano una corsa attraverso gli occhi e le parole di una sola voce. Per quasi cinquant’anni quella voce fu, per il ciclismo italiano, Adriano De Zan.
Non fu semplicemente il cronista che raccontava ciò che accadeva sulla strada. Fu uno di quei giornalisti capaci di diventare essi stessi parte dell’evento: la sua voce, le sue pause, i suoi aneddoti e le sue emozioni finirono per sovrapporsi alla memoria delle corse. E quando una generazione di appassionati pensa al Giro e al Tour raccontati in televisione, quella voce continua a essere immediatamente riconoscibile.