Un Colossal senza tempo – IL COLORE VIOLA, la magia di Steven Spielberg

Un Colossal senza tempo – IL COLORE VIOLA, la magia di Steven Spielberg

Il colore viola: il grande affresco di Spielberg che il tempo non ha scolorito

Nel 1985 Steven Spielberg porta sul grande schermo Il colore viola, adattamento del romanzo di Alice Walker, pubblicato nel 1982 e vincitore del Premio Pulitzer nel 1983. Non è soltanto una deviazione dal cinema fantastico e spettacolare che aveva consacrato il regista: è una svolta. Spielberg entra nel territorio del dramma storico e sociale, affrontando razzismo, violenza domestica, sopraffazione, povertà e condizione femminile nell’America rurale dei primi decenni del Novecento. 

Al centro c’è Celie, interpretata da una straordinaria e giovanissima Whoopi Goldberg. È una donna afroamericana alla quale la vita sembra aver negato tutto: l’infanzia, l’amore, la dignità, persino la possibilità di scegliere il proprio destino. Prima vittima della violenza paterna, poi costretta a un matrimonio con Albert, detto Mister, Celie vive per anni in un universo dominato dalla paura e dal silenzio. Ma proprio nel silenzio comincia la sua rinascita.

Il film racconta infatti soprattutto la conquista della voce. Celie scrive lettere a Dio e alla sorella Nettie: quelle lettere diventano il luogo nel quale può finalmente esistere, pensare, ricordare, sperare. La parola scritta diventa una forma di resistenza alla violenza e all’annientamento.

E qui Spielberg realizza qualcosa di sorprendente: prende una materia narrativa durissima e la trasforma in un melodramma di dimensione epica, costruito con una regia sontuosa, grandi paesaggi, colori caldi e movimenti di macchina che amplificano le emozioni. Il Sud degli Stati Uniti diventa quasi un luogo mitologico, una geografia cinematografica sospesa tra realtà e fiaba. È una delle caratteristiche che hanno contribuito a rendere il film così memorabile.

Ma Il colore viola non è soltanto Celie. È soprattutto un racconto di donne. Shug Avery, interpretata da Margaret Avery, rappresenta per Celie la scoperta di un’altra possibilità di vita: sensualità, libertà, musica, autostima. Sofia, interpretata da Oprah Winfrey, è invece la ribellione fatta persona, una donna che non accetta di essere ridotta al silenzio. Attraverso queste figure Spielberg costruisce una sorta di solidarietà femminile capace di opporsi a una società fondata sulla violenza e sulla discriminazione.

La musica di Quincy Jones, con le sue contaminazioni di blues, jazz e gospel, accompagna questo universo con una funzione quasi narrativa: non è semplice colonna sonora, ma diventa il respiro di una comunità.

Un successo che fece discutere

La grandezza del film è stata accompagnata, fin dall’inizio, da qualche perplessità. Alcuni critici rimproverarono a Spielberg un eccesso di sentimentalismo e una certa tendenza a rendere spettacolare una materia drammatica estremamente dolorosa. È una critica che ancora oggi merita di essere considerata: Il colore viola non è un film minimalista, non cerca la sottrazione. Al contrario, vuole emozionare, commuovere, travolgere.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo.

Il film ottenne 11 candidature agli Oscar, comprese quelle per il miglior film e per le interpretazioni di Whoopi Goldberg, Margaret Avery e Oprah Winfrey, senza conquistare neppure una statuetta. Rimane uno dei casi più celebri nella storia degli Academy Awards di un film con un numero così elevato di nomination e nessuna vittoria.

E proprio questa apparente contraddizione racconta bene la natura dell’opera: un film amatissimo dal pubblico, tecnicamente imponente, interpretato da un cast memorabile, ma anche discusso per il suo modo dichiaratamente emotivo di raccontare una tragedia sociale.

Il vero significato del titolo

Il viola è il colore che riassume la filosofia profonda del film. È il colore della bellezza che può essere trovata anche dentro una vita devastata. Celie deve imparare a riconoscere la propria esistenza, il proprio valore e la possibilità della felicità.

Il percorso della protagonista è quindi un viaggio dalla sopravvivenza alla libertà.

Ed è forse questo il motivo per cui, a più di quarant’anni dalla sua uscita, Il colore viola continua a parlare al pubblico contemporaneo. Nonostante alcune ingenuità narrative e quella vena melodrammatica tipica del cinema di Spielberg, il film conserva una forza emotiva difficilmente cancellabile.

È, in definitiva, uno dei grandi film popolari americani degli anni Ottanta: un’opera monumentale, dolorosa e luminosa, capace di trasformare una storia privata in un affresco universale sulla dignità umana.

Chiamarlo semplicemente un colossal è dunque riduttivo. Il colore viola è un film che ha attraversato le epoche perché racconta una cosa elementare e, proprio per questo, eterna: anche quando tutto sembra perduto, una persona può ritrovare la propria voce e ricominciare a vivere.

E Celie, alla fine, non è più soltanto una vittima della Storia. È una donna che finalmente può guardare il mondo e dire: sono ancora qui.

 



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