22 Ago Il capolavoro assoluto di Michael Cimino, Robert De Niro in IL CACCIATORE
Il cacciatore non è semplicemente un film sulla guerra del Vietnam. È un film sulla guerra che entra nella vita degli uomini e la distrugge anche quando la guerra è finita. Ed è proprio questa la ragione per cui, a quasi cinquant’anni dalla sua uscita, l’opera di Michael Cimino continua a imporsi come uno dei vertici assoluti del cinema americano degli anni Settanta.
Un capolavoro costruito sull’attesa
La prima grande intuizione di Cimino è strutturale. Il Vietnam arriva tardi.
Prima ci sono le acciaierie di Clairton, in Pennsylvania, il lavoro massacrante, le birre, le amicizie, le battute, la comunità russo-americana, la chiesa, l’amore, il matrimonio di Steven e Angela, la caccia al cervo. Una quotidianità apparentemente modesta, quasi provinciale, che il regista osserva con una pazienza oggi rarissima.
Il film dura 183 minuti, ma Cimino non ha fretta di arrivare alla guerra.
Ed è proprio questo il punto: più lunga è la vita che vediamo prima della guerra, più devastante sarà ciò che perderemo quando quella vita verrà spezzata.
Il matrimonio di Steven non è dunque una semplice introduzione narrativa. È l’ultimo momento di innocenza. La comunità festeggia, canta, beve, si commuove. Gli uomini scherzano. Le donne osservano, attendono, temono. Il mondo sembra ancora ordinato.
Poi arriva il Vietnam.
E il film cambia improvvisamente natura.
Il Vietnam come trauma
Cimino non realizza un tradizionale film bellico. Non gli interessa raccontare una battaglia, ricostruire una strategia militare o celebrare un esercito.
Il Vietnam è soprattutto un’esperienza traumatica, quasi un inferno mentale.
La celeberrima roulette russa diventa il simbolo mostruoso di questa trasformazione: l’uomo che prima controllava la propria esistenza scopre improvvisamente che la vita può dipendere dal caso, dalla follia, da una pallottola.
Michael, Nick e Steven vengono letteralmente spogliati della loro identità.
Sono amici, operai, fidanzati, mariti. In Vietnam diventano semplicemente uomini che devono sopravvivere.
E quando torneranno in America, scopriranno che sopravvivere non significa essere salvi.
Robert De Niro, Christopher Walken e Meryl Streep
Il cuore del film è un trio di interpretazioni straordinarie.
Robert De Niro costruisce Michael come un uomo apparentemente invulnerabile. È il cacciatore, quello che conosce le regole, quello che vuole sempre avere il controllo. Ma proprio questa sicurezza viene progressivamente distrutta dalla guerra.
Christopher Walken, nei panni di Nick, offre invece una delle interpretazioni più inquietanti della sua carriera. Il suo personaggio sembra inizialmente il più fragile, ma proprio quella fragilità diventerà il centro tragico della storia.
E poi c’è Meryl Streep, Linda: presenza dolente, quasi sospesa, il personaggio attraverso il quale Cimino racconta anche ciò che la guerra fa a chi rimane a casa.
L’Academy premiò Walken come miglior attore non protagonista e riconobbe al film anche cinque statuette complessive, tra cui miglior film, regia, montaggio e fotografia.
Ma più dei premi conta ciò che resta sullo schermo: tre esseri umani trasformati dalla Storia in persone che non riescono più a tornare quelle di prima.
La caccia al cervo: la metafora perfetta
Il titolo originale, The Deer Hunter, è fondamentale.
Michael crede nella “buona morte” dell’animale: un colpo solo, preciso, definitivo. È una filosofia quasi rituale. La caccia rappresenta ordine, controllo, disciplina.
Ma in Vietnam l’idea di una morte pulita viene completamente distrutta.
Il cervo diventa così una figura simbolica potentissima: la distanza tra uccidere secondo una regola e uccidere dentro il caos della guerra.
La celebre scena della caccia, soprattutto, contiene già tutto il film. Michael spara al cervo ma non riesce più a ripetere il gesto. È come se qualcosa dentro di lui avesse cominciato a incrinarsi.
La fotografia di Vilmos Zsigmond
Un altro elemento decisivo è la fotografia di Vilmos Zsigmond.
Le immagini della Pennsylvania sono spesso fredde, metalliche, immerse nel paesaggio industriale. Le acciaierie sembrano quasi organismi giganteschi che inghiottono gli uomini.
Poi il Vietnam esplode in una fotografia fisicamente aggressiva: fumo, fuoco, acqua, sangue, vegetazione, corpi.
È un contrasto visivo fondamentale:
prima il grigio dell’esistenza quotidiana; poi i colori infernali della guerra.
Il film non ha bisogno di spiegare continuamente ciò che accade. Le immagini lo raccontano.
E poi c’è la Cavatina
La musica di Stanley Myers, soprattutto la celeberrima Cavatina, rappresenta l’altra grande anima del film.
La sua dolcezza quasi disarmante entra in contrasto con la brutalità della storia. Non è una musica eroica. È malinconica, fragile, intima.
Sembra parlare di qualcosa che è già perduto.
Ed è proprio questa la forza della colonna sonora: non accompagna la tragedia, la contempla.
Un film discusso, ma impossibile da ignorare
È importante ricordare che Il cacciatore non è mai stato un’opera priva di controversie. La rappresentazione della roulette russa e alcuni aspetti della raffigurazione del Vietnam sono stati discussi e criticati, anche per la loro distanza dalla documentazione storica.
Ma giudicare il film esclusivamente come ricostruzione storica significherebbe, in parte, fraintendere il progetto di Cimino.
Il cacciatore è soprattutto una tragedia americana.
Il Vietnam è il luogo nel quale la tragedia si manifesta, ma il vero soggetto è un’intera comunità che scopre di non poter più recuperare la propria innocenza.
Il ritorno a casa è forse la parte più terribile
Il momento più devastante non è necessariamente quello della guerra.
È il ritorno.
Michael torna a Clairton e ritrova le stesse strade, gli stessi locali, le stesse persone. Ma nulla è più uguale.
Questa è una delle intuizioni più moderne del film: la guerra continua dentro chi è tornato.
La società vorrebbe ricominciare. La vita quotidiana procede. Le persone lavorano, mangiano, si sposano, bevono.
Ma per chi è stato in Vietnam il tempo si è fermato.
Il trauma non ha bisogno di esplosioni.
È sufficiente un silenzio.
Il finale
E quando arriva il finale, Cimino evita qualsiasi consolazione facile.
La comunità si ritrova attorno a un tavolo. C’è il cibo. Ci sono le persone. C’è persino una parvenza di normalità.
Ma lo spettatore sa che quella normalità è ormai una finzione.
La tragedia di Nick ha contaminato tutto.
E quando parte “God Bless America”, la scena assume un significato ambiguo, quasi insostenibile: patriottismo, lutto, nostalgia, senso di colpa e impossibilità di dimenticare convivono nello stesso momento.
È uno dei finali più discussi e più potenti del cinema americano.
Un posto nella storia del cinema
La consacrazione è arrivata anche dalle istituzioni cinematografiche. La Biblioteca del Congresso ha inserito The Deer Hunter nel National Film Registry nel 1996, riconoscendone l’importanza culturale e storica.
L’American Film Institute lo collocò al 79º posto nella prima classifica dei 100 migliori film americani; nell’edizione del decennale è salito addirittura al 53º posto.
Non è difficile capire perché.
Il cacciatore è un film che parla del Vietnam, ma non appartiene soltanto al cinema di guerra. È cinema sull’amicizia, sulla memoria, sull’identità, sulla perdita e sull’impossibilità di tornare davvero a casa.
Ed è anche il film nel quale Michael Cimino raggiunse una forma di cinema monumentale, ambiziosa e profondamente americana: un cinema capace di trasformare una piccola comunità di operai della Pennsylvania in una tragedia universale.
Il vero capolavoro di Cimino non sta soltanto nelle scene della roulette russa o nella brutalità del Vietnam. Sta nei quaranta minuti iniziali, quando ancora non è successo nulla e noi impariamo ad amare un mondo che sappiamo già, inconsciamente, di stare per perdere.
È lì che Il cacciatore diventa grande.
E quando la guerra arriva, non distrugge soltanto degli uomini: distrugge il mondo che il film ci aveva appena insegnato a conoscere.