20 Agosto 1968 – 200.000 soldati del Patto di Varsavia e 5000 carri armati invadono la Cecoslovacchia

20 Agosto 1968 – 200.000 soldati del Patto di Varsavia e 5000 carri armati invadono la Cecoslovacchia

Il 20 agosto 1968, l’Europa torna a fare i conti con la logica della Guerra fredda. Nella notte, forze militari del Patto di Varsavia attraversano i confini della Cecoslovacchia per mettere fine alla Primavera di Praga, il processo di riforme avviato dal leader comunista cecoslovacco Alexander Dubček.

Circa 200.000 soldati, sostenuti da migliaia di carri armati e mezzi corazzati, entrano nel Paese. L’operazione coinvolge principalmente le forze dell’Unione Sovietica, affiancate da contingenti di Polonia, Ungheria e Bulgaria; la Romania di Nicolae Ceaușescu, invece, non partecipa all’invasione.

L’avanzata è rapida. I mezzi corazzati raggiungono Praga, mentre l’esercito cecoslovacco riceve l’ordine di non opporre resistenza. La popolazione scende però nelle strade: manifestazioni, barricate improvvisate e tentativi di confondere i soldati stranieri segnano le ore drammatiche dell’occupazione.

L’obiettivo di Mosca è chiaro: fermare il programma di Dubček, che aveva cercato di introdurre maggiore libertà di stampa, riforme economiche e un «socialismo dal volto umano», senza abbandonare il sistema comunista.

L’invasione segna così la fine della Primavera di Praga. Nei mesi successivi le riforme vengono progressivamente smantellate e la Cecoslovacchia torna sotto uno stretto controllo sovietico.

L’intervento del 1968 diventa uno degli episodi più emblematici della Guerra fredda e della cosiddetta dottrina Brežnev: l’Unione Sovietica si riserva il diritto di intervenire militarmente quando ritiene minacciati gli interessi del blocco socialista.

Una notte, migliaia di carri armati attraversano il cuore dell’Europa. A Praga, la speranza di riformare il comunismo viene soffocata dalla forza delle armi.

 



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