17 Ago 17 Agosto 1995 – Marco Van Basten da l’addio al calcio
Il 17 agosto 1995 è una delle date più dolorose della storia del Milan e, più in generale, del calcio: Marco van Basten annunciò ufficialmente il suo ritiro dal calcio giocato. Aveva appena 30 anni.
«La notizia è corta»
La scena si svolse nella Sala dei Trofei della vecchia sede del Milan, in via Turati. Van Basten entrò davanti ai giornalisti e pronunciò, con la semplicità che lo contraddistingueva, una frase rimasta nella memoria:
«La notizia che devo darvi è corta. Semplicemente ho deciso di smettere di fare il calciatore. Grazie a tutti quanti».
Non ci fu un lungo discorso, né una ricerca di giustificazioni. In realtà, però, dietro quelle poche parole c’erano due anni di sofferenza, operazioni e speranze continuamente rimandate.
La battaglia con quella maledetta caviglia
Il problema era la caviglia destra, martoriata da una serie di interventi chirurgici. Van Basten aveva cercato in ogni modo di tornare: terapie, riabilitazione e persino soluzioni alternative. Ma la cartilagine era ormai gravemente compromessa. Aveva subito quattro operazioni e non giocava una partita ufficiale da oltre due anni.
L’ultima partita della sua carriera era stata la finale di Coppa dei Campioni del 26 maggio 1993, Milan-Marsiglia 0-1, a Monaco di Baviera. Van Basten uscì all’86’ dopo un contrasto con Basile Boli. Quella sarebbe stata, senza che nessuno potesse immaginarlo, la sua ultima apparizione da calciatore.
Da allora cominciò una lunga attesa.
L’ultima speranza: l’estate del 1995
La cosa forse più straziante è che nell’estate del 1995 sembrava ancora possibile un miracolo.
Il Milan aveva appena costruito una squadra da sogno: erano arrivati Roberto Baggio e George Weah. L’idea di vedere finalmente insieme Baggio, Weah e Van Basten faceva sognare i tifosi. Van Basten si aggregò alla preparazione, ma dopo circa una settimana il dolore alla caviglia tornò a essere insostenibile.
Si recò quindi in Belgio dal celebre ortopedico Marc Martens. Il responso fu quello che probabilmente Marco, dentro di sé, temeva da tempo: era arrivato il momento di smettere.
E così, il 17 agosto, prese quella che definì una decisione negativa ma ormai necessaria.
La cosa più sorprendente: la serenità di Van Basten
Guardando le immagini di quel giorno colpisce una cosa: Van Basten non sembrava arrabbiato.
Sembrava quasi aver già fatto pace con il proprio destino. Mentre giornalisti e tifosi erano devastati, lui cercava di rassicurare tutti.
Quando gli chiesero se il Milan avrebbe dovuto ritirare la sua maglia numero 9, rispose sostanzialmente di no. Disse che non lo meritava, ricordando che Franco Baresi era al Milan da una vita, e aggiunse che la numero 9 era una bella maglia ed era giusto che fosse Weah a indossarla.
E quando gli chiedevano del futuro del Milan, indicava i campioni che sarebbero rimasti: Baggio, Savicevic, Weah, Maldini e Baresi. Il Milan, diceva, avrebbe continuato a fare spettacolo anche senza di lui.
Era un atteggiamento incredibilmente umile per un giocatore che aveva vinto praticamente tutto.
Un campione enorme in una carriera brevissima
Ed è proprio questo che rende il ritiro di Van Basten così malinconico: non stiamo parlando di un campione arrivato alla fine della carriera.
Stiamo parlando di un fuoriclasse che, a soli 30 anni, aveva già conquistato:
- 3 Palloni d’Oro;
- 4 Scudetti con il Milan;
- 3 Coppe dei Campioni;
- 2 Supercoppe europee;
- 2 Coppe Intercontinentali;
- 1 Europeo con l’Olanda, nel 1988;
- 125 gol in 201 partite con il Milan.
E aveva segnato alcuni dei gol più iconici della storia del calcio, compreso il celeberrimo tiro al volo contro l’URSS nella finale dell’Europeo 1988.
E poi arrivò il 18 agosto
Il giorno successivo all’annuncio ci fu il vero addio emotivo.
A San Siro, in occasione del Trofeo Berlusconi, Van Basten fece il suo ultimo giro di campo per salutare i tifosi. Si presentò in jeans, camicia rosa e quella famosa giacca di renna.
Aveva detto il giorno precedente:
«Spero di non commuovermi. Faccio brutta figura quando piango».
Naturalmente non ci riuscì.
Lo stadio si alzò in piedi per lui. E anche Fabio Capello si commosse fino alle lacrime.
Quella scena è forse la vera fotografia dell’addio di Van Basten: non il comunicato del 17 agosto, ma quel campione elegantissimo che cammina lentamente davanti a San Siro, senza più poter giocare, mentre 80.000 persone gli restituiscono tutto l’amore che avevano provato per lui.
È una delle grandi tragedie sportive del Novecento: Van Basten non smise perché non fosse più abbastanza forte per giocare. Smise perché il suo corpo non gli permise più di essere Marco van Basten