Superpippo Inzaghi compie 53 anni

Superpippo Inzaghi compie 53 anni

Filippo Inzaghi, l’arte del gol che ha fatto di lui “SuperPippo”

Piacenza, 9 agosto 1973. È qui che comincia la storia di Filippo Inzaghi, per tutti Pippo, per molti semplicemente SuperPippo. Un soprannome che racconta già molto di un attaccante diventato simbolo di un calcio fatto di istinto, opportunismo, sacrificio e una quasi esasperata fame di gol.

Oggi, a 53 anni, Inzaghi continua a vivere il calcio dalla panchina, dopo averlo dominato per anni dentro l’area di rigore. Da calciatore è stato uno dei centravanti più prolifici e riconoscibili della sua generazione; da allenatore ha intrapreso una seconda vita professionale, costruendo con il tempo una propria identità tecnica.

La sua parabola da giocatore è quella di un attaccante apparentemente semplice da descrivere e, proprio per questo, difficilissimo da fermare. Inzaghi non aveva bisogno di dribblare cinque avversari o di inventare giocate impossibili: il suo talento era arrivare prima degli altri dove sarebbe arrivato il pallone. Un movimento sul filo del fuorigioco, un taglio improvviso, un pallone vagante nell’area e, spesso, la rete.

Era il centravanti che sembrava vivere qualche secondo avanti rispetto alla partita.

Dalla provincia ai vertici del calcio italiano

Dopo gli inizi e la crescita nel calcio italiano, la consacrazione arriva con la Juventus, dove Inzaghi conquista lo scudetto nella stagione 1997-1998 e la Coppa Intertoto UEFA nel 1999. Ma è con il trasferimento al Milan che la sua carriera assume una dimensione internazionale.

In rossonero Inzaghi entra definitivamente nella storia. Con il Milan vince due campionati italiani, nel 2003-2004 e nel 2010-2011, ma soprattutto diventa uno dei grandi protagonisti della storia europea del club.

La Champions League del 2003 rappresenta il primo trionfo continentale, mentre quella del 2007 gli regala il momento forse più iconico della sua carriera.

Ad Atene, nella finale contro il Liverpool, SuperPippo segna due gol e trascina il Milan alla conquista della coppa. Due reti diverse, ma perfettamente coerenti con il suo repertorio: opportunismo, movimento, istinto e capacità di trovarsi nel posto giusto al momento giusto.

Quella doppietta lo consacra definitivamente nell’immaginario rossonero. Inzaghi diventa così uno degli uomini simbolo di una generazione del Milan capace di imporsi in Italia, in Europa e nel mondo.

Nel suo palmarès figurano anche due Supercoppe UEFA e il Mondiale per club del 2007.

Cinquanta gol in Champions: un marchio di fabbrica

I numeri aiutano a spiegare la grandezza di Inzaghi, ma nel suo caso raccontano soltanto una parte della storia.

Con 50 gol in Champions League, è stato per lungo tempo il miglior marcatore italiano nella storia della competizione. Nelle competizioni UEFA per club ha realizzato complessivamente 70 reti, confermandosi uno degli attaccanti italiani più prolifici sulla scena internazionale.

Il dato più emblematico, però, resta forse quello della finale di Champions League del 2007: due gol nella stessa finale, un’impresa riuscita soltanto a pochissimi grandi bomber nella storia della competizione.

Inzaghi non è stato soltanto un finalizzatore. È stato un calciatore capace di trasformare il movimento senza palla in una vera specialità. La sua ossessione era leggere l’azione prima degli altri, anticipare il difensore, sfruttare il minimo spazio.

Per questo, negli anni, è diventata celebre anche la frase che gli viene attribuita a proposito del suo rapporto con il fuorigioco: un’interpretazione quasi filosofica del suo modo di giocare.

La maglia azzurra e il sogno mondiale

La carriera di Inzaghi con la Nazionale italiana si sviluppa dal 1997 al 2007. In dieci anni colleziona 57 presenze e 25 gol, entrando nel gruppo dei migliori marcatori della storia azzurra.

Partecipa ai Mondiali del 1998 e del 2002 e prende parte anche all’Europeo del 2000, torneo nel quale l’Italia arriva fino alla finale, arrendendosi alla Francia.

Il capitolo più importante arriva però nel 2006.

Inzaghi fa parte della spedizione italiana al Mondiale di Germania e diventa campione del mondo. Il suo momento arriva nella fase a gironi, contro la Repubblica Ceca: entra dalla panchina e segna il gol del definitivo 2-0, con un’azione che sembra uscita direttamente dal suo manuale.

Controllo, corsa verso la porta, difensore alle spalle e pallone in rete.

Ancora una volta, SuperPippo.

Un attaccante diventato personaggio

La grandezza di Inzaghi non sta soltanto nei trofei o nelle statistiche. Sta anche nel modo in cui ha saputo costruire un personaggio calcistico immediatamente riconoscibile.

La sua esultanza, la determinazione, la capacità di rialzarsi dopo un errore, quella continua ricerca del gol lo hanno trasformato in un idolo per una generazione di tifosi.

Era il giocatore capace di segnare anche quando sembrava non essere coinvolto nella partita. E proprio questa caratteristica alimentava il mito: poteva trascorrere minuti apparentemente lontano dal gioco e poi comparire improvvisamente nell’area piccola, trasformando una mezza occasione in un gol.

Da qui nasce una delle contraddizioni più affascinanti della sua carriera: Inzaghi sembrava un attaccante semplice, ma diventava difficilissimo da marcare.

Dalla maglia alla panchina

Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, Inzaghi ha scelto di rimanere nel mondo del calcio, intraprendendo la carriera da allenatore.

La transizione non è stata priva di difficoltà. Passare dall’essere il protagonista assoluto dell’area di rigore al dover costruire una squadra richiede un’altra forma di leadership. Inzaghi ha però continuato a portare con sé alcuni tratti distintivi della sua esperienza da calciatore: intensità, ambizione, attenzione ai dettagli e una forte componente emotiva.

Il percorso in panchina lo ha portato a confrontarsi con diverse realtà del calcio italiano, fino all’esperienza al Palermo, dove continua oggi la sua avventura da tecnico.

È una nuova fase della sua carriera, ma il filo conduttore non è cambiato: vincere.

Perché Filippo Inzaghi, prima ancora di essere un attaccante o un allenatore, è sempre stato un uomo profondamente competitivo. Uno di quelli che vivono la partita come una sfida personale.

E forse è proprio questo il segreto di SuperPippo: non aver mai smesso di cercare il gol, nemmeno quando il pallone è diventato una panchina, una lavagna tattica e una squadra da guidare.

 

 



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