07 Ago 6 Agosto 1980 – Il Magistrato Gaetano Costa cade vittima della Mafia
L’assassinio del magistrato Gaetano Costa rappresenta uno dei delitti più significativi della storia della lotta alla mafia in Italia. La sera del 6 agosto 1980, nel cuore di Palermo, Cosa Nostra colpì un uomo che aveva scelto di esercitare la funzione giudiziaria senza compromessi, pagando con la vita il proprio rigore istituzionale.
All’inizio dell’estate del 1980, Palermo viveva uno dei periodi più drammatici della sua storia recente. La cosiddetta “seconda guerra di mafia” stava ridisegnando gli equilibri interni di Cosa Nostra, mentre magistrati, investigatori e rappresentanti delle istituzioni erano sottoposti a una pressione crescente. In questo scenario operava Gaetano Costa, Procuratore della Repubblica di Palermo, noto per la sua indipendenza e per la determinazione con cui conduceva le indagini sui grandi traffici criminali.
Pochi giorni prima della sua morte, Costa aveva firmato personalmente alcuni ordini di cattura nei confronti di esponenti di primo piano dell’organizzazione mafiosa. Una decisione assunta in solitudine, poiché alcuni colleghi avevano espresso riserve sulla solidità dell’impianto accusatorio. Quel gesto, interpretato da Cosa Nostra come una sfida diretta, segnò il suo destino.
La sera del 6 agosto 1980, poco dopo le 19.30, il magistrato si trovava in via Cavour, nel centro di Palermo. Era uscito senza scorta per acquistare una rivista presso una libreria. Una consuetudine semplice, quasi ordinaria, che rifletteva il suo stile di vita sobrio e riservato.
Fu in quel momento che un killer mafioso gli si avvicinò alle spalle. L’assassino esplose alcuni colpi di pistola calibro 38 che raggiunsero il magistrato alla testa e al corpo. Costa cadde sul marciapiede davanti agli occhi di numerosi passanti. Il sicario riuscì ad allontanarsi rapidamente, favorito dalla confusione e dall’assenza di un dispositivo di protezione.
Le sirene delle ambulanze e delle forze dell’ordine interruppero il silenzio della calda serata estiva, ma per il procuratore non vi era ormai più nulla da fare. Palermo registrava l’ennesimo omicidio eccellente destinato a segnare profondamente la coscienza civile del Paese.
Le indagini successive individuarono nell’omicidio una precisa strategia di Cosa Nostra: eliminare i magistrati più determinati a contrastarne il potere economico e militare. Negli anni successivi, grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e alle sentenze definitive, vennero ricostruite le responsabilità dei vertici dell’organizzazione mafiosa che avevano deliberato l’eliminazione del procuratore.
L’assassinio di Gaetano Costa anticipò una stagione ancora più sanguinosa. Negli anni successivi sarebbero caduti, tra gli altri, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, simboli della risposta dello Stato alla criminalità organizzata.
Oggi la figura di Gaetano Costa è ricordata come quella di un magistrato che antepose il dovere alla prudenza personale. La sua morte contribuì a far maturare una nuova consapevolezza sull’entità della minaccia mafiosa e sulla necessità di rafforzare gli strumenti investigativi e la tutela dei magistrati impegnati nella lotta contro Cosa Nostra. Il suo sacrificio resta una delle pagine più dolorose, ma anche più emblematiche, della storia della giustizia italiana.