02 Ago 30 Luglio 1945 – USS Indianapolis – Il più grande disastro navale della storia americana
L’USS Indianapolis (CA-35) affondò nelle prime ore del 30 luglio 1945, nel Mar delle Filippine, dopo essere stata colpita da due siluri lanciati dal sommergibile giapponese I-58. È una delle tragedie più drammatiche della storia navale degli Stati Uniti e, ancora oggi, viene spesso ricordata per gli attacchi degli squali ai superstiti. Ma attribuire a quei predatori la maggior parte delle vittime significa semplificare una vicenda ben più tragica.
Pochi giorni prima dell’affondamento, l’incrociatore aveva portato a termine una missione segretissima: consegnare sull’isola di Tinian i componenti fondamentali della bomba atomica che sarebbe stata sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945. Conclusa la missione, la nave salpò verso Leyte senza scorta, ritenuta sufficientemente veloce da poter evitare eventuali attacchi.
Quella convinzione si rivelò fatale. Alle 00:15 del 30 luglio, il sommergibile giapponese intercettò l’incrociatore. Due siluri colpirono il bersaglio: uno devastò la prua, l’altro esplose vicino ai serbatoi di carburante e ai locali macchine. L’USS Indianapolis affondò in appena dodici minuti, un tempo troppo breve per organizzare un’evacuazione ordinata o lanciare un efficace segnale di soccorso.
A bordo si trovavano circa 1.196 uomini. Circa 300 morirono immediatamente nell’esplosione o affondarono con la nave. I restanti circa 900 marinai finirono in mare aperto, molti senza giubbotti di salvataggio, con pochissima acqua e quasi nessun mezzo di sopravvivenza.
Fu allora che iniziò il vero incubo.
Per quasi cinque giorni, i superstiti rimasero dispersi in un tratto di oceano isolato. Nessuno si accorse della loro assenza: errori amministrativi, comunicazioni incomplete e la convinzione che la nave fosse arrivata regolarmente a destinazione impedirono l’avvio tempestivo delle ricerche.
Le condizioni peggiorarono rapidamente. Il sole tropicale provocò ustioni gravissime e disidratazione; molti uomini morirono per collasso fisico o bevvero acqua di mare, sviluppando allucinazioni e delirio. Alcuni si allontanarono dal gruppo convinti di vedere navi inesistenti o isole immaginarie. Altri cedettero all’esaurimento e annegarono.
Gli squali erano realmente presenti. Le acque erano frequentate soprattutto da squalo pinna bianca oceanico e, probabilmente, da alcuni squalo tigre. Attirati dal sangue e dai corpi, iniziarono ad avvicinarsi ai gruppi di naufraghi. Diversi sopravvissuti raccontarono di attacchi improvvisi e di uomini trascinati sott’acqua.
Tuttavia, gli studi storici e le analisi successive concordano su un punto fondamentale: gli squali non furono la principale causa delle morti. Il numero esatto delle vittime degli attacchi non è mai stato accertato, ma gli storici ritengono che rappresentassero una parte relativamente limitata del bilancio complessivo. La maggioranza dei marinai perse la vita a causa di:
- disidratazione estrema;
- esposizione prolungata al sole;
- ipotermia notturna;
- ferite riportate nell’affondamento;
- sfinimento e annegamento.
Il salvataggio avvenne quasi per caso. Il 2 agosto 1945, un aereo da pattugliamento individuò una vasta macchia di carburante e decine di uomini in acqua. Scattò immediatamente un’operazione di soccorso che coinvolse navi e velivoli. Un idrovolante, ignorando il rischio di danneggiarsi tra le onde, ammarò e iniziò a recuperare quanti più superstiti possibile, legandone alcuni perfino sulle ali.
Alla fine furono salvati 316 uomini. Circa 880 marinai persero la vita, rendendo quello dell’USS Indianapolis il più grave affondamento singolo nella storia della Marina degli Stati Uniti in termini di vite perse in mare.
La tragedia non terminò con il salvataggio. Il comandante della nave, Charles B. McVay III, fu sottoposto a corte marziale con l’accusa di non aver effettuato una navigazione a zig-zag, una manovra ritenuta utile per ridurre il rischio di essere colpiti dai sommergibili. Il procedimento fu molto controverso: persino il comandante del sommergibile giapponese testimoniò che, nelle condizioni di quel giorno, la nave sarebbe stata probabilmente colpita comunque. Nonostante ciò, McVay fu condannato. Decenni dopo, grazie anche all’impegno dei superstiti e a una revisione storica del caso, il Congresso degli Stati Uniti lo riabilitò ufficialmente, riconoscendo che non era responsabile della perdita della nave.
L’immagine degli squali ha finito per dominare il racconto dell’USS Indianapolis, anche per effetto della celebre scena del film Lo squalo in cui il personaggio interpretato da Robert Shaw narra l’accaduto. Ma la realtà storica è ancora più dura: il vero nemico dei superstiti fu soprattutto l’abbandono involontario in mare aperto, aggravato da errori organizzativi che ritardarono i soccorsi. Gli squali contribuirono all’orrore della vicenda, ma furono solo uno degli elementi di una catastrofe resa devastante dalla combinazione di guerra, isolamento e condizioni estreme.