16 Set 15 Settembre 1925 – A Palazzolo Acreide nasceva Giuseppe Fava
GIUSEPPE FAVA: UNA VITA CONTRO LA MAFIA, TRA PENNA E CORAGGIO
Palazzolo Acreide, 15 settembre 1925 – Catania, 5 gennaio 1984
Un giornalista è colui che scrive ciò che qualcuno non vuole venga pubblicato: tutto il resto è propaganda”.
Con queste parole, Giuseppe Fava definiva la sua professione, una missione più che un mestiere. Nato a Palazzolo Acreide, piccolo centro del siracusano, il 15 settembre 1925, Fava è stato uno dei più grandi esempi di giornalismo d’inchiesta in Italia, nonché uno dei simboli più limpidi della lotta alla mafia. Pagò con la vita la sua determinazione nel voler raccontare la verità.
GLI INIZI TRA LETTERATURA E GIORNALISMO
Dopo gli studi liceali a Siracusa, Fava si laureò in Giurisprudenza a Catania. Ma la sua vera vocazione era la scrittura. Iniziò la carriera come drammaturgo e scrittore, facendo emergere fin da subito un tratto distintivo: la capacità di cogliere e denunciare le contraddizioni e le ipocrisie della società siciliana. Parallelamente, si dedicò al giornalismo, lavorando per diverse testate locali e nazionali, dove si fece notare per uno stile diretto, investigativo, scomodo.
I “CAVALIERI” E L’INCHIESTA SCOMODA
Il momento di svolta arrivò nei primi anni ’80, quando Fava assunse la direzione del quotidiano “Il Giornale del Sud” e poi fondò, nel 1983, la rivista “I Siciliani”, insieme a un gruppo di giovani giornalisti che formò e guidò con passione. Fu in questo contesto che pubblicò l’inchiesta che gli costò la vita: “I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, un articolo che denunciava il legame tra la mafia e i poteri economici e imprenditoriali catanesi, con nomi e cognomi.
In un contesto dominato dall’omertà, Fava osò scrivere ciò che nessun altro aveva mai avuto il coraggio di dire: che la mafia non era solo lupara e traffico di droga, ma potere, affari, finanza. E che le élite della città convivevano, quando non colludevano apertamente, con Cosa Nostra.
L’OMICIDIO
Il 5 gennaio 1984, Giuseppe Fava fu assassinato con cinque colpi di pistola alla nuca mentre era seduto nella sua auto, a pochi passi dal teatro dove si trovava il nipote. Aveva 58 anni. L’omicidio fu ordinato dal clan Santapaola, secondo le risultanze processuali. Un delitto che scosse profondamente l’opinione pubblica, ma che – all’epoca – trovò un silenzio assordante tra le istituzioni locali.
L’EREDITÀ
Oggi Giuseppe Fava è un simbolo della libertà di stampa e dell’impegno civile contro la criminalità organizzata. Ogni anno, il suo ricordo viene celebrato da giornalisti, scuole, associazioni e semplici cittadini. La Fondazione Giuseppe Fava, creata in suo nome, continua a portare avanti la sua opera di sensibilizzazione e formazione.
Fava non fu solo un giornalista ucciso dalla mafia: fu una coscienza civile, un uomo che con le sue inchieste mise in discussione l’intero sistema di potere di una città, di una regione, di un Paese. E che, per questo, pagò il prezzo più alto.
“Perché c’è una forza dentro l’uomo, più forte della paura: è la volontà di giustizia.”
– Giuseppe Fava