07 Ago 6 Agosto 1980 – Il magistrato Gaetano Costa cade vittima della mafia
Palermo, 6 agosto 1980 – Il sacrificio del Giudice Gaetano Costa, simbolo di giustizia e coraggio nella lotta alla mafia
PALERMO – È il pomeriggio del 6 agosto 1980 quando Gaetano Costa, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, viene freddato in pieno centro cittadino da un commando mafioso. Il magistrato, 63 anni, stava passeggiando da solo lungo via Cavour dopo aver acquistato dei libri, quando viene raggiunto da quattro colpi di pistola esplosi a bruciapelo. Il suo corpo senza vita cade sul marciapiede, accanto a una busta contenente i volumi appena comprati: Delitto e castigo di Dostoevskij, I fratelli Karamazov, e Lo straniero di Camus.
La morte di Costa scuote l’Italia intera. Uomo di rigore morale, antifascista, già partigiano, magistrato di lunga esperienza, Costa è il primo Procuratore della Repubblica ucciso dalla mafia. Il suo omicidio segna un drammatico spartiacque nella storia della magistratura italiana e della lotta alla criminalità organizzata.
Un uomo solo contro Cosa Nostra
Gaetano Costa era noto per la sua fermezza e integrità. Nei mesi precedenti alla sua uccisione, aveva firmato in solitaria 55 mandati di cattura contro esponenti di spicco di Cosa Nostra, legati al clan dei corleonesi e alla rete del narcotraffico internazionale. Nessuno dei suoi colleghi in Procura volle condividere quella responsabilità, temendo ritorsioni o mettendo in dubbio la fondatezza delle accuse. Ma Costa, consapevole del rischio, decise di andare avanti: «Se firmo solo io, vuol dire che avrò il coraggio di farlo da solo», disse.
Non accettò mai la scorta. Un gesto che oggi appare tragico ma coerente con la sua visione del dovere istituzionale e della fiducia nella legge. «Un magistrato non può vivere sotto tutela, deve avere la libertà di muoversi tra la gente», sosteneva.
Il contesto: mafia, politica e isolamento
La fine degli anni ’70 è un periodo di grande fermento criminale in Sicilia. La mafia si riorganizza, aumenta la sua infiltrazione negli apparati pubblici e si prepara a una lunga stagione di sangue. All’interno dello Stato, però, pochi comprendono la portata del fenomeno. Costa, tra i primi, denuncia pubblicamente il pericolo e cerca di colpire i boss con gli strumenti della giustizia ordinaria, in un clima di profonda solitudine istituzionale.
L’allora ministro della Giustizia, Virginio Rognoni, commenterà la sua morte con parole dure: «Costa è stato lasciato solo». Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini gli rende omaggio con un commosso elogio funebre, riconoscendone il coraggio e l’onestà.
Un’eredità ancora viva
A distanza di oltre quarant’anni, il nome di Gaetano Costa resta scolpito nella memoria civile del Paese. La sua figura è oggi ricordata con targhe, intitolazioni, cerimonie istituzionali e iniziative didattiche. Ma soprattutto, è esempio per intere generazioni di magistrati e cittadini che credono nella giustizia come baluardo contro l’arroganza mafiosa.
Il suo sacrificio, come quello di altri servitori dello Stato caduti negli anni successivi – da Rocco Chinnici a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – costituisce uno dei pilastri su cui si è costruita una nuova consapevolezza antimafia in Italia.
Oggi, in via Cavour a Palermo, nel punto esatto in cui fu ucciso, una lapide ricorda Gaetano Costa. Un monito e una promessa: la verità e la giustizia non si piegheranno mai alla paura.