28 Luglio 1985 – 40 anni fa l’omicidio di Beppe Montana (Commissario di Polizia della sezione Catturandi)

28 Luglio 1985 – 40 anni fa l’omicidio di Beppe Montana (Commissario di Polizia della sezione Catturandi)

Beppe Montana ucciso 40 anni fa dalla mafia, omaggio al poliziotto che catturava i latitanti

Aveva solo 34 anni, fu ucciso da colpi di arma da fuoco mentre, con la fidanzata, era al molo di Porticello.

Beppe Montana ucciso 40 anni fa dalla mafia, omaggio al poliziotto che catturava i latitanti

PALERMO, 28 luglio 1985 – La mafia colpisce ancora. Ucciso il commissario Giuseppe Montana, capo della sezione Catturandi

Una nuova, tragica pagina si aggiunge alla lunga cronaca di sangue della guerra di mafia che insanguina la Sicilia. La sera del 28 luglio 1985, il commissario di polizia Giuseppe Montana, capo della sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo, è stato assassinato a colpi di pistola a San Flavia, borgo marinaro a pochi chilometri dal capoluogo siciliano.

Montana, 34 anni, noto per la sua instancabile attività contro i latitanti di Cosa nostra, era appena rientrato da Taormina, dove si trovava per un breve periodo di riposo. Attorno alle 20:30, si trovava nei pressi del porticciolo di Porticello, in compagnia di alcuni amici. Non era armato. Due killer lo hanno raggiunto e freddato con almeno cinque colpi di pistola calibro 7,65 esplosi a distanza ravvicinata. È morto sul colpo.

La sua morte giunge a pochi giorni da un’importante operazione condotta proprio dalla Catturandi: l’arresto, avvenuto il 24 luglio, di otto uomini legati al boss Michele Greco, detto “il Papa”, uno dei vertici dell’organizzazione mafiosa. Un duro colpo inferto all’organizzazione, che non ha esitato a reagire con la consueta spietatezza.

Montana era considerato uno dei poliziotti più esperti nella lotta ai latitanti di mafia. Collaboratore del giudice Giovanni Falcone, faceva parte di quel nucleo ristretto di uomini dello Stato che, in quegli anni difficili, cercava di ricostruire le gerarchie di Cosa nostra, decapitata ma non sconfitta dai primi grandi processi e dalle indagini del pool antimafia.

Nel suo ufficio erano raccolti fascicoli, fotografie e appunti su decine di latitanti. Era lui a guidare le operazioni più rischiose, in prima linea tra pericoli e omertà. Aveva ricevuto più volte minacce di morte, ma non si era mai tirato indietro.

La sua uccisione ha scosso l’intero apparato istituzionale. Il Capo della Polizia e il Ministro dell’Interno hanno espresso profondo cordoglio, mentre da Palermo a Roma si leva l’allarme per una recrudescenza della violenza mafiosa proprio nei confronti di chi la combatte sul campo.

Quella sera, a San Flavia, non è morto soltanto un uomo di legge: è stata colpita l’idea stessa di giustizia. Giuseppe Montana sapeva di essere nel mirino, eppure continuava a fare il suo dovere. La mafia lo ha voluto punire per l’impegno, la determinazione, la coerenza.

La sua morte, a pochi mesi dal maxiprocesso istruito dal pool antimafia, sembra un chiaro segnale: Cosa nostra non intende arretrare. Ma è anche un monito: lo Stato deve rispondere, con fermezza, proteggendo chi lotta in prima linea e facendo sentire la propria presenza in ogni quartiere, in ogni borgata, in ogni angolo di Sicilia dove il silenzio e la paura regnano sovrani.

Giuseppe Montana è morto da servitore dello Stato. La sua memoria, da oggi, diventa parte della nostra storia civile.

 

 

 



#FOLLOW US ON INSTAGRAM