27 Luglio 1992 – A Catania sotto i colpi di COSA NOSTRA cade l’ispettore Capo Giovanni Lizzio

27 Luglio 1992 – A Catania sotto i colpi di COSA NOSTRA cade l’ispettore Capo Giovanni Lizzio

Omicidio Lizzio: l’agguato mafioso che sconvolse Catania nel 1992

Catania, 27 luglio 1992 — Era una sera d’estate come tante, quella in cui la mafia scelse di colpire uno degli uomini simbolo della lotta alla criminalità organizzata in Sicilia. Giovanni Lizzio, capo della Squadra Mobile di Catania, venne assassinato sotto casa, in via Guido Gozzano, freddato a colpi di pistola da un commando mafioso. Erano le 22:45. L’attacco fu rapido, chirurgico: tre uomini a volto scoperto aprirono il fuoco mentre Lizzio era appena sceso dall’auto, lasciandolo esanime sull’asfalto.

Il delitto scosse profondamente la città e l’intero Paese. A distanza di pochi giorni dalla strage di via D’Amelio, in cui persero la vita Paolo Borsellino e i suoi agenti di scorta, la mafia tornava a colpire, stavolta nel cuore della Sicilia orientale, a testimonianza di una strategia di terrore diffusa e sistematica.

Solo nove giorni prima, il 18 luglio 1992, Lizzio aveva portato a termine un’operazione di grande rilievo. Grazie alle rivelazioni di un collaboratore di giustizia, aveva coordinato l’arresto di 14 esponenti del clan Cappello, uno dei gruppi mafiosi più influenti di Catania, noto per il controllo del traffico di droga e per le numerose guerre di mafia con clan rivali. Un colpo duro, un’azione che minava gli equilibri di potere della criminalità organizzata sul territorio.

Secondo gli inquirenti, fu proprio quell’operazione a segnare la condanna a morte di Giovanni Lizzio. Il clan decise di vendicarsi con un’esecuzione dimostrativa, volta non solo a eliminare un nemico scomodo ma anche a lanciare un messaggio chiaro alle forze dell’ordine: chi tocca i boss, paga con la vita.

Lizzio, 45 anni, era un poliziotto esperto e rispettato, con una lunga carriera nella lotta alla mafia. Aveva iniziato il suo servizio alla Squadra Mobile di Catania negli anni ’70, e nel tempo era diventato uno degli investigatori più competenti nel contrasto ai clan catanesi. Determinato, rigoroso, spesso riservato, ma sempre in prima linea.

La sua morte suscitò un’ondata di indignazione. Migliaia di persone parteciparono ai funerali, celebrati con rito solenne alla presenza delle più alte cariche dello Stato. “Un servitore dello Stato, ucciso perché ha fatto il suo dovere”, disse l’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino. La sua figura fu ricordata anche dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che ne elogiò “il coraggio e la dedizione assoluta alla giustizia”.

Negli anni successivi, diversi esponenti dei clan catanesi vennero arrestati e condannati per il delitto, grazie alle indagini della Direzione Distrettuale Antimafia e alle rivelazioni di altri collaboratori. Ma il nome di Giovanni Lizzio resta, ancora oggi, il simbolo di un sacrificio estremo. Un uomo delle istituzioni caduto sotto i colpi del piombo mafioso, per aver scelto di servire lo Stato fino in fondo.

Un esempio che continua a vivere nella memoria di chi, ogni giorno, combatte la mafia sulle strade della Sicilia.

 

 



#FOLLOW US ON INSTAGRAM