19 Luglio 1992 – Ancora un colpo di Stato, piange Palermo e l’Italia intera

19 Luglio 1992 – Ancora un colpo di Stato, piange Palermo e l’Italia intera

Via D’Amelio: 33 anni dopo, ancora senza verità piena

19 luglio 1992, ore 16:58. Una violenta esplosione squarcia l’asfalto di Via d’Amelio, a Palermo. Un’autobomba imbottita con circa 100 kg di esplosivo C4 e tritolo spezza la vita del giudice Paolo Borsellino e di cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna della Polizia uccisa in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Un attentato di stampo mafioso, eseguito con una precisione militare. Ma, a oltre tre decenni di distanza, ciò che ancora manca agli italiani è la verità completa. Quella autentica. Quella che faccia chiarezza non solo sui mandanti esecutivi, ma soprattutto su quelli occulti, sulle complicità istituzionali, sui silenzi, sui depistaggi.

Una strage di Stato

L’attentato di Via D’Amelio arriva appena 57 giorni dopo la strage di Capaci, in cui perse la vita il giudice Giovanni Falcone, insieme alla moglie Francesca Morvillo e a tre uomini della scorta. Due giudici simbolo della lotta alla mafia cadono a distanza di meno di due mesi. Ma per molti, non si tratta solo di mafia.

Indagini e inchieste successive hanno evidenziato zone grigie, manipolazioni delle prove, false testimonianze, depiastaggi clamorosi. Il “depistaggio di Via d’Amelio” è stato definito dalla Corte d’Assise di Caltanissetta nel 2018 come “uno dei più gravi della storia repubblicana”. Il finto pentito Vincenzo Scarantino venne costruito a tavolino da alcuni appartenenti delle forze dell’ordine per coprire responsabilità più in alto.

La trattativa Stato-mafia

Il contesto di quegli anni era torbido. Alcune sentenze e atti processuali hanno confermato l’esistenza di una “trattativa” tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, nella quale si cercava di fermare le stragi in cambio di concessioni, a partire dall’alleggerimento del regime carcerario 41-bis. Una trattativa che, secondo alcune tesi, sarebbe iniziata prima della morte di Borsellino, forse addirittura con il consenso silente di figure istituzionali.

È possibile che Borsellino sapesse. È possibile che fosse diventato un ostacolo a certi “accordi”. È possibile che sia stato eliminato non solo dalla mafia, ma da una convergenza di interessi.


33 anni dopo: che cosa sappiamo?

Oggi sappiamo che la mafia uccise Borsellino. Ma non fu sola. Sappiamo che vennero manipolati elementi chiave dell’inchiesta, che alcune istituzioni non collaborarono con trasparenza. Sappiamo che la valigetta del giudice, contenente l’agenda rossa, scomparve nel nulla pochi istanti dopo l’esplosione. Nessuno ha mai chiarito chi la prese, né cosa ci fosse dentro.

Sappiamo che esiste un buco nero nella storia della Repubblica Italiana, che collega mafia, politica, servizi segreti, poteri deviati.


Gli italiani chiedono verità

A distanza di 33 anni, la richiesta è sempre la stessa: verità e giustizia. Non parole di circostanza, ma fatti, nomi, responsabilità. Le vittime di Via d’Amelio e i cittadini italiani meritano che si ponga fine all’omertà di Stato. Perché senza verità, non può esserci memoria autentica, né vera democrazia.

In memoria di Paolo Borsellino e dei cinque agenti caduti con lui. Non perdo la speranza che un giorno tutto sarà svelato. Ma il tempo, come la dignità di una nazione, non può più attendere.



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